La vita e l’insegnamento di p. Francesco Zirano

 

4. Della sua vita abbiamo pochi dati sicuri ma, alcuni, particolarmente eloquenti. Di certo nac­que a Sassari; molto probabilmente nel 1564. Conosciamo il nome della mamma: Margherita, e la data della sua morte, il 1598. Ignoriamo il nome del babbo; di lui indirettamente veniamo a sapere che morì ancora giovane (è la mamma infatti che com­pie atti giuridici, normalmente riservati al marito). Probabilmente fu colpito anch’egli dalla peste del 1582 che, solo nella città di Sassari, fece ventimila vittime. E questa la peste che diede occasione al voto che impegna ancora oggi la municipalità di Sassari ad offrire ogni anno alcuni ceri (i famosi candelieri) alla Vergine Assunta.

Ebbe due sorelle e probabilmente un fratel­lo. Di famiglia povera, ancora giovane fu tuttavia avviato agli studi, cosa molto rara per quei tempi, quasi sicuramente presso il convento di Santa Maria di Betlem, dove a 14 anni, secondo la consuetudine del tempo, fu ammesso al noviziato e a 15 alla pro­fessione.

La sua formazione religiosa e teologica si svolse negli anni in cui, a Sassari, operava come docente e come rinomato oratore p. Francesco Sanna, ministro provinciale negli anni 1583-1587. Sono anni impegnativi anche per la riforma dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali secondo le indicazioni del Concilio di Trento.

Con molta probabilità venne ordinato pre­sbitero il 30 maggio del 1586. Nel frattempo lo ha raggiunto a S. Maria, anch’egli come religioso, il cugino, figlio di una zia materna, fra Francesco Serra; questi avrà molta importanza nelle vicende degli ultimi 13 anni della vita di p. Zirano.

 

5. La vita ordinata e laboriosa del convento di Santa Maria nel 1590 viene turbata da un tragico episodio: fra Francesco Serra, il cugino di p. Zirano, mentre è in viaggio, viene rapito e ridotto in schia­vitù dai corsari turchi che in Algeri hanno la base per le loro incursioni.

Tali incursioni avvenivano nelle coste sarde frequentemente e non di rado erano rapiti pure sacerdoti e religiosi. Anche in periodi in cui non erano in corso guerre dichiarate, mondo islamico e mondo cristiano si combattevano con queste rapide incursioni per fare razzia di persone, di alimenti e di altri beni.

Uno dei centri islamici più attivi nell’attività corsara, in quegli anni, era Algeri. Le persone rapite venivano vendute come schiavi e sottoposte ad ogni genere di lavoro e di umiliazioni e, a seconda del padrone, venivano trattate senza alcuna umanità; quando, invece, si riusciva a comunicare con i paren­ti, veniva indicato il prezzo del riscatto, che variava in base dell’importanza della persona rapita.

Se il rapito era benestante al riscatto provve­deva in proprio la famiglia. Il riscatto dei poveri era tentato da alcuni istituti religiosi sorti con questa finalità (Mercedari, Trinitari, ecc.) e da varie confra­ternite dedite esplicitamente a tale opera caritativa.

Ci dispiace dirlo ma, in quel tempo, anche navi di cristiani operavano incursioni di pirateria e, peggio ancora, erano tollerate e, qualche volta, autorizzate dalle legittime autorità.

 

6. Spesso gli schiavi cristiani, pur di sfuggire alle umiliazioni e liberarsi dalla schiavitù si conver­tivano all’islamismo. P. Francesco Zirano temeva che qualcosa di simile potesse succedere anche al cugino, per cui, dopo aver sperato e atteso altre pos­sibili soluzioni, decise di affrontare personalmente la fatica e i rischi della liberazione di fra Francesco Serra.

Nonostante tale decisione, egli continua a dare il proprio contributo di lavoro e di impegno nella sua comunità di Sassari. Nel gennaio del 1598 c’è un avvicendamento negli uffici e negli incarichi comunitari del convento di Santa Maria; p. Zirano è nominato economo e procuratore: vale a dire addetto a trattare gli affari pubblici del convento. A quei tempi, questo era un incarico talmente impor­tante che la nomina del p. Zirano viene registrata dal notaio.

È amministratore di una riserva di grano della comunità e svolge il compito di questuante in alcuni paesi del circondano di Sassari.

In quell’anno, molto probabilmente muore anche la mamma.

Il 1598 è soprattutto l’anno della trepida attesa della risposta del papa ad una sua supplica di poter questuare in tutte le chiese della Sardegna per reperire i fondi necessari al riscatto del cugino. Egli infatti non ha altre possibilità per trovare i 200 scudi, la somma assegnata per il riscatto del cugino, e poter, sostenere le spese del viaggio e andare incontro a tanti altri molteplici imprevisti di una simile impresa.

In Sardegna la questua finalizzata alla redenzione degli schiavi era riservata ai religiosi Mercedari di Bonaria. Di conseguenza egli ha biso­gno di una facoltà esplicita del papa. Presenta la supplica al papa Clemente VIII negli ultimi mesi del 1597 o nei primi del 1598, come si evince dal Breve del papa, firmato il 19 marzo 1599, detto Ortatorio, nel quale si concede la facoltà di recarsi alla questua per tre anni; la persona del p. Zirano è indicata come “uomo di circa 33 anni, di bassa statura, occhi neri e barba castana”.

Ottenuta la licenza, senza perdere tempo, prese a percorrere i paesi della Sardegna questuan­do, oltre che negli atri delle chiese, di casa in casa; ha modo così di incontrare e confortare varie perso­ne che avevano parenti nelle stesse condizioni del cugino.

 

7. Alla fine del triennio, nella primavera del 1602, non potendo partire per l’Africa direttamente dalla Sardegna, egli si reca in Spagna. Il re Filippo III gli offre un passaggio in una nave spagnola che porta ad Algeri p. Matteo de Aguirre, frate minore osservante, già schiavo in quella città, conoscitore della lingua del posto e della situazione politica, che si è fatto promotore di un progetto per la presa di Algeri con l’aiuto del re di Cuco, che ha un parente convertito al cristianesimo.

P. Francesco approda in Africa il 28 luglio del 1602 e si affretta subito a compiere la sua missione. Purtroppo il momento non è proprio quello più adatto. Ad Algeri tutti quelli che vengono dal Cuco sono considerati nemici o spie. Le trattative per i riscatti sono state sospese. In città si è saputa la notizia dell’arrivo di p. Matteo de Aguirre e dello stesso p. Zirano ed anche il suo nome è inserito nel­l’elenco dei ricercati.

Tuttavia egli non desiste dal suo progetto: travestito da mercante moro venditore di lino, riesce a liberare 4 schiavi che lavorano nelle aziende agricole fuori le mura della città.

In attesa degli eventi, per ben 4 mesi, da set­tembre a dicembre del 1602, p. Zirano si ferma nella città di Cuco e svolge il ministero sacerdotale a favore dei cristiani riscattati o fuggiti da Algeri e di alcuni rinnegati che sostano a Cuco in attesa di rien­trare in patria. In questo periodo incontra anche i coniugi Gavino Pinna e Margherita Escano con il loro figlio Pedro, nativi di Tempio. Essi gli confida­no il profondo dispiacere di aver rinnegato la fede cristiana, sebbene solo esteriormente. Bastava infat­ti che un cristiano entrasse nella moschea o nomi­nasse Maometto ed era obbligato a farsi maometta­no, diversamente veniva bruciato vivo.

Di fatto, nel loro intimo, i coniugi Pinna-Escano rimasero sempre cristiani convinti e lo dimostrarono facilitando il compito ai redentori di schiavi e aiutando i sacerdoti con offerte di messe e in vari altri modi. Rientrati in patria ebbero la gioia di vedere il figlio Pedro ordinato sacerdote1.

Intanto il 10 gennaio, Sid Amar ben Amar, giocando sulla sorpresa attacca battaglia ed infligge un’umiliante sconfitta all’esercito di Algeri. Il re di Cuco ci tiene a far sapere la notizia al re di Spagna ed invia proprio p. Zirano a portare una lettera al sovrano spagnolo.

Nel tragitto dalla zona montagnosa verso il porto di Asofon, forse tradito, certamente abbando­nato dalla scorta che avrebbe dovuto difenderlo da eventuali imboscate dei soldati di Algeri, venne arre­stato. Gli viene subito tolta la missiva per il re di Spagna, spogliato delle vesti, percosso e incatenato viene condotto ad Algeri, dove entra il 6 gennaio 1603 ..... mezzo morto di freddo e di fame, ricoperto delle sole brache, scalzo, con una grande catena al collo e manette ai polsi” (RAMIREZ, Relacion A, c. 5v).

 

8. Sarebbe troppo lungo riassumere le vicen­de degli ultimi 20 giorni della sua vita! Fu rinchiuso nel carcere situato all’interno del palazzo del pascià. Qui, pur essendo in mezzo ad altri cristiani, fu proibito a tutti di parlargli. Lo si voleva isolare perché ritenuto erroneamente un personaggio molto importante (fra Matteo de Aguirre l’amba­sciatore del re di Spagna Filippo III), tanto che il prezzo del suo riscatto venne fissato in tremila ducati d’oro; per il riscatto di fra Francesco Serra bastavano duecento scudi.

Nonostante la strettissima sorveglianza, il cugino fra Francesco Serra riuscì a fargli visita due venerdì di seguito, nell’ora in cui i carcerieri erano intenti alla preghiera, nella moschea.

Il 22 gennaio del 1603, i giannizzeri (la mili­zia che presidia Algeri) lo vorrebbero far arrivare con una nave inglese a Costantinopoli come trofeo di guerra per il Gran Visir che comanda anche su Algeri; il tentativo fallisce perché il pascià preferi­sce i soldi del riscatto.

Due giorni dopo riprende il braccio di ferro tra il pascià Solimàn che, in vista del riscatto, ne vuole salva la vita e i giannizzeri che ne vogliono la morte. Il verdetto definitivo viene pronunciato la mattina del 25 gennaio ed è terribile: sarà scorticato vivo; condan­nato quindi a morire dissanguato e fra atroci dolori.

Alla notizia di tale condanna il commento di p. Zirano è di ringraziamento al Signore: “Rendiamo grazie al Signore nostro Dio, perché ha scelto me indegno servo” (ANONIMO, Relacion, p. 3). Non mancano gli inviti pressanti a rinnegare la fede cristiana per avere salva la vita, sempre rifiutati con grande decisione.

Segue la lunga Via crucis attraverso la strada principale di Algeri, affollata per il mercato, fatto oggetto di insulti, sputi e percosse, fino al luogo del­l’esecuzione, fuori della porta di Babason. Giunti sul luogo del supplizio, riceve ancora un ultimo invi­to a rinnegare la fede, ma la sua risposta è più che mai ferma: “Io sono cristiano e religioso del mio padre san Francesco e come tale voglio morire. E supplico Dio che illumini voi perché lo abbiate a conoscere” (ANONIMO, Relacion, p. 3).

Infine viene scorticato vivo. Quando gli viene strappato l’ultimo brandello di pelle esclama: “Nelle tue mani, o Signore, raccomando l’anima mia... - e con queste parole spirò” (ANDREA SARDO, Deposicion 29.03.1606, p. 258).

 

9. La virtù che più di ogni altra risalta dal breve sunto della sua biografia è senza dubbio la carità autenticamente cristiana e fraterna. Dal momento dell’incursione corsara del 1590 non lo abbandonò più il pensiero del cugino fra Francesco Serra che si trovava schiavo tra i musulmani di Algeri, costretto a faticosi e umilianti lavori con il timore che, in tali condizioni, potesse vacillare la sua stessa fermezza nella fede cristiana. Il primo pensiero al risveglio e l’ultimo la sera prima di pren­dere sonno era quello del cugino. Probabilmente anche i suoi sogni erano tormentati dalle immagini dei famosi bagni turchi dove vivevano ammassati migliaia di schiavi cristiani. Nella preghiera non mancava mai un invocazione per la perseveranza nella fede del cugino fra Francesco.

Dalla carità scaturiscono le altre sue virtù umane e cristiane: il coraggio e l’intraprendenza, la fortezza d’animo e la disponibilità all’azione dello Spirito. Egli, umile frate di una lontana provincia del suo ordine, trova il coraggio di rivolgere una supplica al papa con la richiesta di poter ricorrere alla questua per il riscatto del cugino, di percorrere poi per tre lunghi anni i paesi della Sardegna mostrando a prelati, abbati, parroci e rettori di chie­se il breve del papa che lo autorizzava a stendere la mano negli atri delle chiese come gli umili mendica­ti, e a bussare timidamente alle porte dei pastori e dei contadini per ricevere quel piccolo obolo, neces­sario per raggiungere la cifra richiesta.

Il coraggio lo sostiene nel chiedere aiuto al re di Spagna Filippo III per poter arrivare in Africa, e, giunto nel luogo della sua missione, nell’affidarsi a guide e interpreti sconosciuti, pur di raggiungere lo scopo del suo viaggio.

Manifesta lo stesso intrepido coraggio nel­l’affrontare le sofferenze dell’arresto e della bar­bara uccisione.

 

10. La carità cristiana e le virtù morali da essa derivanti scaturiscono e sono sostenute da una grande fede, alla cui luce per p. Francesco Zirano è importante non solo il riscatto del cugino dalla schiavitù, ma ancora di più l’opportunità di arreca­re conforto a lui e agli altri prigionieri, sostenerne la fede e richiamare a questa i rinnegati.

P. Zirano sa che la fede cristiana è un dono talmente grande che illumina e dà significato a tutta l’esistenza e che, quindi va difesa, custodita e accre­sciuta in se stessi e negli altri.

Egli sa che, recandosi ad Algeri, anche la sua fede potrebbe essere messa a dura prova. Da qui l’impegno ad accrescerla con l’umile preghiera e a chiedere il dono della perseveranza innanzitutto per se stesso.

Si spiega così il fatto che di fronte alle indici­bili sofferenze di un crudele martirio egli non abbia avuto un momento di esitazione nel confessare la sua fedeltà a Cristo.

Per le autorità di Algeri era un trofeo molto ambito fare prigionieri importanti personaggi cri­stiani e p. Zirano, sebbene per errore, era ritenuto tale; più esaltante, però, era farne dei rinnegati. Anche a lui fu promesso di avere salva la vita se fosse diventato musulmano. Di fronte a tale provo­cazione non solo la sua fede fu irremovibile, ma colse l’occasione per testimoniarla pubblicamente e per invitare i suoi aguzzini al cristianesimo: “Io sono cristiano e religioso del mio padre san Francesco e come tale voglio morire. E supplico Dio che illumini voi perché lo abbiate a conoscere”

(ANONIMO, Relacion, p. 3).

 

11. La carità cristiana del p. Zirano, oltre che dalla fede, è sostenuta poi dalla speranza. Potremmo aggiungere da una molteplice speranza. Dapprima egli spera di portare a compimento il progetto della liberazione del cugino e di qualche altro schiavo; una volta caduto egli stesso prigionie­ro e condannato a morte, si sente sostenuto dalla speranza che il suo sacrificio, per grazia di Dio, rav­vivi la fede dei rinnegati e mantenga salda quella del cugino e degli altri cristiani schiavi ad Algeri, e a lui apra le porte del paradiso.

 

 

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